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Intervista ad Ilaria Bonato: viaggio alla scoperta della sessualità nella pre-adolescenza

Ilaria Bonato, dottoranda in Scienze pedagogiche dell’Università di Bologna, ha svolto, come tesi di laurea magistrale in Pedagogia, una ricerca nel mondo di adolescenti e pre-adolescenti per meglio comprendere il loro rapporto con il sesso, la pornografia ed i social network. Il suo lavoro è di una attualità straordinaria perché in una società in cui il mondo dell’infanzia viene precocemente adultizzato o ipersessualizzato -basta anche solo vedere le pubblicità che si rivolgono ai consumatori più piccoli ed indifesi- sembra che poi, improvvisamente, ci si scandalizzi o si viva come tabù la scoperta del sesso nelle e nei pre-adolescenti. E nel vuoto che noi adulti lasciamo si insinuano minacce come il cyberbullismo, l’adescamento di minori, il sexting.

Ilaria, perché hai avvertito la necessità di scrivere e fare ricerche su questo argomento?

Durante il mio corso di laurea magistrale in pedagogia ho avuto la fortuna di incontrare la professoressa Mariagrazia Contini, da sempre impegnata nella tutela delle infanzie. Sia di quelle “lontane” da noi, che muoiono per fame e malattie, nei conflitti armati e sfruttate nel lavoro e nella prostituzione, sia di quelle vicine, “i nostri bambini”, che stanno indubbiamente meglio ma che stanno perdendo l’infanzia, a causa dell’incuria e del consumismo del mondo adulto. In particolare, faccio riferimento al fenomeno dell’adultizzazione: bambini e bambine spinti precocemente all’autonomia, alla competizione, medicalizzati e ipernutriti.  Continua a leggere

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Sanità: la vertenza legale fa chiarezza su diritti e necessità

 di Coordinamento dei comitati, http://www.comitatinrete.it

 comitati

Sono stati presentati il 25 ottobre presso il Tribunale amministrativo regionale i motivi aggiuntivi al ricorso contro la riorganizzazione della Rete sanitaria pubblica marchigiana, riforma che lede fortemente il diritto alla salute di cittadini e cittadine della nostra provincia.
La scelta del ricorso legale era stata fatta su proposta del Coordinamento dei comitati dopo aver verificato che le soluzioni politiche alla penalizzazione del territorio erano inagibili e confuse, e che anzi ogni tentativo di contatto da parte di comitati e persino di organizzazioni sindacali con la Giunta regionale, era rifiutato, mentre questa attuava con arroganza il piano di ‘riordino’.

L’atto principale del ricorso, datato 19 luglio, era stato predisposto in base alle linee di indirizzo indicate dal Sindaco di Barchi, che avevamo reputato essere coincidenti con gli interessi del territorio e della cittadinanza, ed è stato il frutto della collaborazione fra lo studio legale incaricato, alcuni medici di base operanti sul territorio, un esperto di pianificazione e gestione sanitaria dell’Emilia Romagna, un esperto di pianificazione e gestione sanitaria dell’Umbria iscritto all’ISDE (Associazione Medici per l’Ambiente), alcuni tecnici di Comitatinrete e del Comitato a Difesa dei Diritti di Fossombrone.
Erano state impugnate
, fra l’altro, le Delibere di Giunta Regionale Marche n. 735/2013 e 920/2013, ed ogni atto connesso, presupposto o consequenziale che possa aver contribuito alla cosiddetta riforma del sistema sanitario regionale.
Il
13 settembre scorso il Tribunale aveva accolto la richiesta di riunione della fase cautelare (cd. sospensiva) al merito e ha fissato l’udienza di discussione dei ricorsi, stabilendo per quest’ultima la data del 9 ottobre 2014. Ciò è avvenuto perché il TAR, condividendo le richieste formulate in udienza dai Comuni di Barchi, Cingoli, Chiaravalle e Fossombrone, ha ritenuto che “le ragioni di tutte le parti del presente giudizio sono più adeguatamente tutelabili con l’adozione di una pronuncia di merito”.

Si è ora di nuovo sottolineato come la riorganizzazione delle reti cliniche adottata con DGR 1345/2013 non abbia previsto una dislocazione uniforme ed ottimale dei servizi, accentuando le disequità tra le diverse Aree Vaste, a tutto svantaggio dell’Area Vasta 1 di Pesaro e Urbino e, all’interno di questa, fra le zone costiere servite dall’azienda Ospedali Riuniti Marche Nord che vede a Pesaro il DEA di 1° livello e l’entroterra completamente sprovvisto sia di taluni servizi ospedalieri essenziali che di un adeguato e idoneo servizio di emergenza.
A proposito del servizio d’emergenza, un’area di 750 chilometri quadrati sarà coperta da un solo mezzo con medico a bordo quando la normativa prescrive almeno un mezzo per 350 chilometri.

Nel ricorso introduttivo era stato già sollevato il difetto di competenza della Giunta regionale ad adottare atti in deroga al Piano sanitario regionale approvato nel 2011. Ora, coi motivi aggiuntivi, si va a specificare come nella Legge regionale 17/2013 dello scorso luglio si introducano modifiche di fatto al Piano, senza motivarle ma solo per ottenere copertura alla chiusura di alcuni presidi ospedalieri rinominando superficialmente le strutture restanti come “Case della salute”.
Il ricorso sottolinea l’
illegittimitàdegli atti della Giunta assunti in violazione della legge vigente all’epoca dell’emanazione degli stessi; detti atti hanno modificato il Piano sanitarioregionale invocando la “spending review”, mentre, come da tempo documentato, il numero dei posti letto in Area Vasta 1 rispettava ampiamente i limiti posti a livello nazionaleessendo il territorio con il più basso rapporto fra posti letto e abitanti.
Per quanto attiene al servizio di emergenza, dall’esame della documentazione depositata da Regione e ASUR Marche nel ricorso principale, emerge che la valutazione clinica può essere rimessa, anche nei casi più gravi, a chi interviene e ha sotto osservazione il paziente, ovvero anche ad un infermiere:…”la Centrale si fida della valutazione clinica dell’equipaggio sul posto … indipendentemente dalla qualifica…”! Risulta altresì che a Cagli, Fossombrone, Pergola, i trasporti interospedalieri sono previsti in reperibilità, mentre negli altri ospedali il servizio è attivo 24H. Questo appare un controsenso, posto che, a fronte dell’utenza sicuramente inferiore rispetto a Pesaro, Urbino e Fano, la chiusura degli ospedali e il taglio dei servizi impone costanti trasferimenti da Cagli, Fossombrone e Pergola e dunque un maggior utilizzo del servizio di trasporto interospedaliero. Infine, curiosa ma gravida di conseguenze appare la previsione della responsabilità del personale di soccorso che risponderà dei danni derivati ad altri assistiti dall’indisponibilità dell’ambulanza impegnata “in assenza di motivazioni valide”. In altri termini si tende a scaricare sul personale le carenze già esistenti in origine e non prevedendo, tra l’altro, competenze in grado di gestirle! I costi della riforma andranno quindi a ricadere sui pazienti e sul personale sanitario, i benefici sul servizio sanitario privato.
Nei motivi aggiuntivi presentati si documenta ulteriormente anche il
rischio per la vita e la compromissione della salute dei pazienti con patologie acuta; una ipotesi ad altissima probabilità, come nel caso di pazienti con infarto del miocardio, il cui trattamento, nel territorio di Barchi e di molte altre zone simili, con i tagli effettuati supererebbe ampiamente i 90 minuti raccomandati.
Nel ricorso, che invoca i principi di uguaglianza, solidarietà e appropriatezza delle cure, abbiamo voluto definire con chiarezza tanti aspetti non valutati dai politici né abbastanza approfonditi nelle sedi pubbliche, mentre il dibattito continua, il segnale è chiaro: non ci accontentiamo di parole, i diritti vanno rispettati, le responsabilità ricercate.

Coordinamento dei comitati, http://www.comitatinrete.it

 

Una donna fuori dal comune

Intervista a Franchina Aiudi di Claudia Romeo

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Ha occhi pieni d’amore mentre parla della sua Africa, la signora Franchina Aiudi. Le parole le scorrono veloci, tessono racconti, aneddoti, storie di vite durissime, si parla di guerra, morte, fame, bambini soldato, siccità e cambiamenti climatici. Ma il tempo sembra volare ad ascoltare quello che dice, quello che l’Uganda ha rappresentato e rappresenta.

Come è iniziato il tuo impegno con l’associazione Africa Mission?

Ho incontrato Don Vittorione a Fano in un periodo difficilissimo della mia vita, mio marito era morto da poco e volevo che le offerte raccolte al suo funerale fossero date a disposizione di una missione. Ho conosciuto Africa Mission e Don Vittorione tramite Giovanni Paci. Quest’ultimo ha poi insistito molto perché anch’io andassi in Uganda, ma ero restia perché pensavo che l’Africa fosse per gli uomini, le suore, i missionari, non per una donna comune.                                         Poi dopo tre anni, decisi di andare e di rimanerci per un mese.

Com’è andata?

Dopo 15 giorni, ho detto “ ma io cosa faccio qui, dove sono?” tutti che mi salutavano, anche per strada, quando sentivano passare le nostre macchine, tutti correvano per salutarci. Non so spiegare come mi sono sentita. Per quindici giorni sono stata così presa che non pensavo neanche all’Italia. Poi è arrivato questo senso di smarrimento e mi chiedevo “ma come è possibile? Sono così felici, non hanno niente e sono felici, mi salutano, mi vogliono un gran bene; ma chi sono io?”                                                                                                                            Tornata in Italia, sono ripartita dopo poco e sono rimasta in Uganda per quattro mesi; da allora in 19 anni ci sono andata 20 volte. Ho un grande amore per loro, mi hanno dato di nuovo la voglia e la forza di vivere. Ho un amore grande, anche per quelli che non conosco.

Di cosa ti sei occupata e ti occupi?

Adesso più che altro insegno taglio e cucito alle donne, un lavoro che faccio fin dalle prime volte.                                                                                                                            Ma i primi anni la situazione era diversa, venivano fuori dalla guerra. C’era tanta fame, c’era l’emergenza. Avevamo una mensa con tantissimi bambini con quei pancioni, faceva male vederli. Prendevamo un certo numero di denutriti e orfani, li pesavamo e ci prendevamo cura di loro per un periodo, poi dopo 15 giorni li pesavamo di nuovo e se si erano ripresi un po’ si cambiavano con altri bambini messi in condizioni peggiori. Non potevamo fare altrimenti per cercare di aiutarne il maggior numero possibile. Il giorno del cambio spesso capitava che rifiutavano il pasto prima della pesata. Era un modo per tentare di essere tenuti ancora. Adesso questa mensa non ce l’abbiamo più perché non c’è più l’emergenza.                                                                                                                                Allora vedevi bambini di sei, sette anni per strada con i fucili, adesso li hanno disarmati, ma in diversi ce li hanno ancora, qualcuno ha armi costruite in Italia, non lontano da noi.                                                                                                                      Non ti so dire quanti bambini ho visto morire, specialmente con la malaria.

E per quello che riguarda l’insegnamento di taglio e cucito?

Abbiamo una quindicina di donne che nel tempo hanno imparato bene e lavorano per noi, con loro confezioniamo borse ed altre cose per un mercatino. Vengono pagate 50 mila scellini, cioè15 euro al mese. Usiamo delle vecchie macchine da cucire che abbiamo portato dall’Italia.                                                      Per le altre donne organizziamo corsi di cucito a mano. Dispongo turni da trenta corsiste a cui insegno a cucire una borsa, due gonne, una maglietta, un vestitino per bambini. Alla fine del corso, ci portano un po’ di legna e noi diamo loro quello che hanno cucito, quindi, i vestiti sono per loro che decideranno poi se tenerli o venderli. In due mesi di permanenza faccio fino a cinque turni da trenta donne per volta.

Com’è la vita dei bambini adesso che la guerra è finita?

I maschi fino a sei, sette anni badano ai capretti, quando hanno dagli otto anni in poi le capre più grandi, verso i quindici anni accudiscono le mucche.                         I bambini quando è caldo, verso mezzogiorno, si radunano sotto le piante vanno sotto la capretta, tirano giù un po’ di latte e prendono il latte lì. É molto importante avere le caprette in una famiglia, infatti, abbiamo promosso un’azione da qui che chi voleva ci dava i soldi per una capretta e noi le abbiamo date alle famiglie che non l’avevano.                                                                                        Le bambine, invece, aiutano le madri nei compiti “da donna”, cioè andare a prendere l’acqua, la legna o il carbone, cose che poi portano sulla testa.                  L’infibulazione è una pratica molto diffusa, viene praticata da donne anziane con un ferro fatto ad uncino a bambine dagli otto anni in poi. Non ci sarebbe l’obbligo, ma la famiglia ne è contenta, perché a quel punto sono pronte per il matrimonio, non provando piacere non tradiranno il marito. Molte muoiono o lì per lì o durante la gravidanza.

In generale, com’è cambiata in questi anni l’Uganda che conosci?

La guerra non c’è più. L’economia delle famiglie si basa sul raccolto che, a sua volta, dipende da come procede la stagione delle piogge che di solito va da marzo ad agosto. Seminano sorgo, mais e qualche verdura. Ma da qualche anno il raccolto è pochissimo perché le piogge arrivano sempre più tardi, quest’anno sono iniziate a maggio, e sono torrenziali. A volte seminano fino a tre volte per avere un po’ di raccolto.                                                                                                                Se hanno un po’ di raccolto, sono felici, basta poco.

Come funzionano le scuole?

Diciannove anni fa a scuola andava il 25% dei bambini, adesso siamo al 50/60%. La scuola si paga.                                                                                                                           Non dimenticherò mai la prima scuola che ho visto. Sotto una pianta c’erano 200 bambini seduti a terra, sulla pianta c’era una lamiera che avevamo dato noi. Intorno a fare il perimetro c’erano i mattoni. I bambini non avevano né quaderni né niente. Il maestro scriveva sulla lamiera, loro sulla sabbia. Poi il maestro girava fra loro per controllare. Questa era la scuola e in questi casi si insegnava soprattutto matematica.                                                                                                            Don Vittorione aveva allestito una scuola sotto una tettoia nella missione. Poi l’abbiamo fatta in muratura, adesso ce ne sono tre. Da noi non pagano, sono statali, ma generalmente in Uganda si paga per studiare. Però è obbligatoria la divisa, come in tutte le altre scuole. Le divise costano 15 mila scellini, 5 euro, e le famiglie spesso non hanno possibilità di comprarle. L’hanno scorso ne ho fatte 300 e le abbiamo distribuite.

Cosa fate per aiutare le persone a sostenersi?

Non facciamo elemosina, aiutiamo gratuitamente senza chiedere niente in cambio solo gli ammalati e gli anziani, lì una persona di 40 anni è già messa molto male.                                                                                                                                    Nella zona del Karamoja, molto arida, abbiamo scavato 700 pozzi e ancora ne stiamo facendo. Più passa il tempo, più bisogna scavare, l’acqua potabile si trova a circa 100 metri, un pozzo viene a costare molto. Poi ci si mette la pompa a mano. Dove ci sono i pozzi c’è la fila di donne con la tanica, là si pompa continuamente.                                                                                                                    Abbiamo costruito tre scuole dove l’unico obbligo è la divisa.                                 Per il resto facciamo lavorare i padri o le madri, ad esempio se c’è da pitturare la scuola chiediamo operai e in cambio diamo cibo, vestiti.                                          In più, in missione abbiamo circa 200 operai, ne teniamo più di quanto ne servano per aiutare un maggior numero di famiglie.

Come ti senti quando torni in Italia?

È tremendo tornare, soprattutto le prime volte. Lì c’è tanto entusiasmo, al ritorno hai voglia di raccontare tutto, ma gli altri spesso sono indifferenti. Lo dico sempre a chi viene le prime volte.                                                                 Bisognerebbe avere la possibilità almeno una volta di vedere.

E quando sei in Italia cosa fai per loro?

Raccolgo soprattutto offerte in denaro, poi quando arrivo nella capitale dell’Uganda compro quello che serve per la missione e per i poveri di cui ci occupiamo.                                                                                                                                   Come vestiti da qui porto soprattutto le magliette, più difficili da confezionare lì. Qualche ditta ci dà della stoffa da portare in Africa, danno soprattutto jeans e stoffe bianche o nere. Con i jeans cuciamo le borse ed i pantaloni delle divise. Le stoffe bianche e nere a loro piacciono poco perché amano i colori, ma troviamo sempre il modo di allestire cose carine che si avvicinino al loro gusto.                         Vado anche nelle scuole del nostro territorio, faccio vedere dei filmati, raccolgo qualche soldino. Vado per sensibilizzare i bambini. Ai bambini dico che con 1 euro do una ciotola di mangiare a 4 bambini africani. Li invito a fare a meno di qualche capriccetto, come figurine o caramelle, per dare quel soldino per i bimbi ugandesi. Con i soldi donati dai bimbi italiani organizzo ogni anno un pranzo in cui do da mangiare a bambini, anziani e malati

A questo punto con le domande avevo finito, era trascorsa più di un’ora, ma Franca ci teneva a raccontarmi alcuni aneddoti, storie che le sono capitate perché come dice lei laggiù le parla tutto. Ve ne riporto una con le sue parole.

Al sabato quando non lavoro vado in un ospedale statale, dove spesso mancano le medicine, a portare qualcosa, a vedere se c’è qualcuno che posso aiutare. C’era una mamma vicino ad un letto dove c’era un bambino malato che sembrava moribondo. Mi sono accorta che era senza flebo, di solito le mettono nella testa perché è difficile trovare le vene. Ma lui non ce l’aveva. Ho chiesto, tramite l’autista, perché il bimbo era senza medicine. La madre ha risposto che l’ospedale aveva la medicina, ma non aveva gli aghi. L’ago costa 500 scellini, come le nostre vecchie 500 lire. La mamma però non aveva scellini e stava lì, doveva vedere morire il figlio perché non aveva 500 scellini. Le ho dato i soldi e le ho detto di andare a comprare l’ago, fuori c’erano e si potevano acquistare. É tornata con l’ago e hanno messo la flebo al piccolo. Sono ripassata il sabato successivo… il bambino era seduto sul letto, gli ho dato una banana e l’ha mangiata. Se non fossi passata quel giorno sarebbe morto e la mamma avrebbe dovuto assistere senza poter fare niente.

Torno a casa e in macchina penso che si può morire se non ci sono i soldi per comprare un ago.                                                                                                                               Per chiunque abbia voglia di donare qualcosa a Franca il suo numero è            338 1807740.                                                                                                                                   Con 1 euro mangiano 4 bambini, con 50 centesimi si compra un ago.

Rilevanze penali in una vicenda tra il macabro e il faceto

di Felice Massaro

Rilevanze penali in una vicenda tra il macabro e il faceto

La sperimentazione del metodo Stamina non è mai iniziata essendo stata inibita fin dall’inizio da persone controinteressate.

I fatti sono dedotti dall’ORDINANZA TAR LAZIO sul ricorso numero di registro generale n. 8730 del 2013, integrato da motivi aggiunti; dalla sentenza del TAR di Brescia del 20 novembre 2013; da interviste su TV e carta stampata. In sintesi:
Il Ministero della Salute, con d.m. 28 giugno 2013, ha nominato componenti del Comitato Scientifico (Luca Pani, Alessandro Nanni Costa, Maria Grazia Roncarolo, Bruno Dallapiccola, Generoso Andria, Amedeo Santossuo, e dott.ssa Patrizia Popoli) professionisti che in passato, prima dell’inizio dei lavori, avevano espresso forti perplessità, o addirittura accese critiche, sull’efficacia scientifica del Metodo Stamina.
Per tale ragione la composizione dello stesso è risultata illegittima.
Il Comitato scientifico, oltretutto, contravvenendo all’art. 2, comma 4, d.m. 18 giugno 2013, arbitrariamente si è attribuito il compito di valutare la sussistenza delle condizioni per iniziare la sperimentazione.
Il Ministero della salute si è limitato a “prendere atto” del parere negativo reso dal Comitato scientifico che, pur avendo valore consultivo, nel merito non si sarebbe dovuto pronunciare. Tale parere, invece, non era vincolante per il Ministro Lorenzin che avrebbe potuto decidere diversamente.
Il Ministero della Salute, avendo ritenuto essenziale, nella fase formale, il requisito dell’indipendenza dei componenti Comitato scientifico, nei fatti non ne ha tenuto conto ignorando le rimostranze mosse in tal senso, fin dall’inizio, dalla Stamina Foundation.
Vi è stato un approccio alla sperimentazione in modo prevenuto, per averla già valutata prima ancora di esaminare la documentazione prodotta dalla Stamina Fondation.
Lo stesso Ministro ha manifestato la sua contrarietà al metodo Stamina prima, durante e dopo tali vicende.
Il Ministro, unitamente ad alcuni scienziati in questione e all’AIFA, continua a diffondere fango su Stamina e sulle famiglie dei pazienti facendole apparire disperate, sprovvedute, alla mercé di venditori di fumo e di speranza.
Prima di esprimere il parere negativo all’inizio della sperimentazione, il Comitato avrebbe dovuto altresì esaminare le cartelle cliniche dei pazienti che erano stati sottoposti alla cura con la Stamina presso l’Ospedale civile di Brescia i quali pazienti, dai certificati medici versati in atti, non risultano aver subito effetti negativi collaterali ma, al contrario, tutti hanno riscontrato benefici, anche se non risolutivi, certamente importanti.
Il Ministro aveva dichiarato che tali cartelle erano state visionate per cui nella trasmissione televisiva ‘La Vita in Diretta’ del 14-10-2013, rammaricata e commossa, quasi straziata da un dispiacere represso, dice di aver detto un no che non avrebbe voluto dire e al minuto 08 “Se avessimo avuto anche soltanto un appiglio per poterla realizzare questa sperimentazione, anche solo uno, io l’avrei fatta fare. Purtroppo non c’è”. A tale affermazione seguirono persino gli applausi dallo studio.
I fatti dimostrano che il Ministro rilasciava false dichiarazioni con estrema disinvoltura in quanto gli appigli c’erano ed erano numerosi. Il dott. Raffaele Spiazzi, direttore sanitario degli ospedali di Brescia, nell’intervista concessa a Giulio Golia de Le Iene, nella puntata del 22 ottobre, mostra numerosi certificati medici che attestano miglioramenti ottenuti dai pazienti.
Oltretutto, un ministro della Repubblica che viene sconfessato da una sentenza del TAR dove le viene contestato il fatto della “poca” obiettività del comitato di esperti da “Lei” nominati, equivale ad una ammissione grave in termini di responsabilità diretta nel conferire tale incarico a persone atte a formulare un giudizio già determinato in precedenza.
A questo punto, tecnicamente, il ministro in questione si pone in una condizione altamente sfavorevole e soggetto a provvedimenti relativi alla sua funzione e persona.
Il Ministro, prendendo atto dell’Ordinanza del TAR Lazio, intende affrettarsi a nominare un nuovo Comitato Scientifico. Ancora un volta le sue parole sono commoventi: “A me interessa solo dare una risposta alle famiglie che sono disperate. Non posso aspettare la sentenza a giugno, poi il Consiglio di Stato, perché nel frattempo ci sono persone che purtroppo sono condannate a morte”.
Ebbene, prima delle dovute dimissioni richieste da tutti i pazienti, il Ministro, essendo consapevole che ci sono “persone che purtroppo sono condannate a morte” ha il dovere di imporre semplicemente il rispetto di una Legge dello Stato, la legge Turco/Fazio sulle cure compassionevoli che consente l’accesso alla terapia Stamina, oltretutto gratuita per lo Stato e per i pazienti, unica terapia che ha come alternativa il 
nulla.

L’appiglio della “pericolosità” è stato spazzato via dai fatti e l’Ospedale di Brescia è idoneo per praticare tale terapia: “…permanendo indubbio anche che il laboratorio dell’Azienda Ospedaliera in discorso fosse, restasse e resti estremamente qualificato, al di la della vicenda in discorso, alla lavorazione e alla conservazione di cellule e tessuti secondo procedure certamente idonee” (TAR di Brescia del 20 novembre 2013).

Federico, ormai conosciuto da molti, continuerà la terapia e non dovrà più preoccuparsi dei giudici.

Adesso la sua famiglia avrà più tempo per continuare questa battaglia che vede, sull’altro fronte, barbarie, crudeltà e intrallazzi mascherati da nobili propositi.
Uno di questi propositi lo conosciamo in molti: difendere la vita di persone che essi stessi dicono essere destinate alla morte. Sarcasmo sciagurato e scellerato!

Comunicato di redazione

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Cercare di vivere dignitosamente è un desiderio comune a tutte le donne, a tutti gli uomini, a tutte le bambine e bambini di questo mondo. E’ quel desiderio, quel moto d’animo sacro, necessario, ineludibile che ha spinto il genere umano alla ricerca di comodità rispetto ad un disagio, ad un miglioramento della propria condizione e, a volte, ad un’evoluzione vera e propria della specie. Nessuno di noi vuole vivere nell’indigenza, nessuno di noi vuole vivere nell’orrore, nessuno di noi vuole vivere con la paura addosso come compagna inseparabile di ogni ora della propria esistenza.L’anelito ad un’esistenza che non sia un incubo è semplicemente umano ed è tale quando viene da persone che vivono in parti ricche del mondo, ma lo è soprattutto se proviene da persone che vivono in zone disagiate o martoriate da guerre.
La fuga da zone povere e teatro di violenze è un fatto naturale. Per questo motivo:
Non accettiamo le morti di tante sorelle e tanti fratelli che, per un condivisibile e legittimo desiderio di una vita migliore, rischiano la loro vita affidandosi a criminali senza scrupoli.
Non accettiamo di usare termini astratti che fungono da vuoti contenitori come “flussi” o “barconi”, si tratta di vite, di persone con tutto il loro carico di sentimenti, emozioni, ricordi, desideri. Persone che respirano o respiravano, che avevano dei sogni, degli affetti, una famiglia, una speranza.
Non accettiamo di essere causa delle motivazioni che spingono loro ad emigrare clandestinamente fuggendo da una vita d’inferno: guerre e violenza spacciate per “esportazioni di Democrazia”, ma con il solo fine di depredare le loro risorse per il nostro stile di vita consumistico ed onnivoro. La nostra ricchezza si basa sulla loro povertà e sulla loro sofferenza. Non dimentichiamo che i Paesi del Terzo Mondo sono ricchissimi di materie prime di cui siamo carenti.
Non accettiamo una legge vergognosa che rende criminali queste persone per il fatto di essere immigrate clandestinamente.
Non accettiamo la nostra ipocrisia fatta di lacrime e bare allineate, di discorsi vuoti e conditi di vergognosa retorica, di falsa pietà.
Non accettiamo che non venga applicato l’art. 11 della nostra Costituzione e chiediamo a gran voce che l’Italia non partecipi più ad alcuna azione militare al di fuori dei nostri confini.
Tragedie come quelle di Lampedusa non devono più ripetersi, siamo tutti responsabili.

Siria, campo profughi di Atma

di Matthias Canapini

Siria, campo profughi di Atma

Non vi invito ad immaginare. Vi invito anche solo a provare ad immaginare cosa voglia dire perdere tutto. Perdere una vita, una casa, un lavoro, perdere i propri figli, i propri parenti, amici o conoscenti. Perderli sotto le macerie di una casa colpita da un razzo, una bomba o un barile incendiario. Perderli per mano di un cecchino che li colpisce mentre dondolano sull’altalena del parco giochi del quartiere dove ogni giorni uscivate tutti insieme. Oppure perderli per sempre mentre stanno comprando cibo nel negozio all’angolo della strada. Perdere la tua vita e vedere i tuoi figli senza futuro, già morti prima che un proiettile li colpisca fisicamente. Vederli uccisi dall’indifferenza e dall’egoismo dei tanti, che seduti nelle poltrone del “democratico” occidente si guarda l’ennesima guerra scoppiata laggiù, da qualche parte. Si sa, laggiù sono pericolosi, assassini, macellai … musulmani. Laggiù c’è il petrolio, è il loro destino. Dannati da quando sono nati. Ma torniamo al discorso precedente. Non immaginate. Provate ad immaginare che state mangiando un piatto di pasta, seduti al tavolo, accerchiati dalla vostra famiglia. Immaginate di sentire un boato, uno scoppio improvviso, un tonfo secco e tante persone che urlano e scappano dove possono. Un’esplosione spazza via il lato destro della cucina e con esso aumentano le tue paure, incertezze, dubbi. Che succede?? Prendi le prime cose che vedi, una pentola, una coperta, due cappotti e inizi a correre. Vedi macerie intorno a te, sangue e corpi che sbucano tra il fumo che imperversa come fitta nebbia. Cammini per giorni senza acqua, cibo o riparo per la notte. Cammini per allontanarti da tutto ciò che hai visto in pochi minuti ( o giorni?) … scappi per fuggire dalla paura incessante, magari anche in cerca di risposte … perché ci bombardano?? Che abbiamo fatto?? Tuo figlio piccolo piange, non puoi sfamarlo, non c’è cibo né latte da dargli. L’altro tuo figlio l’hai lasciato indietro, forse qualcuno l’ha sepolto in qualche punto imprecisato lungo il cammino. Tuo marito o tua moglie lo stesso, persi mentre una raffica di mitraglia tagliava a metà la strada principale dove ogni giorno uscivi per comprare un gelato. Scappi, macini km fino ad intravedere delle tende, un accampamento, ringrazi un presunto Dio che fa sempre comodo avere in certe situazioni e prosegui … poi scoprirai di essere un profugo, un rifugiato di guerra, ma tu sei dell’idea di essere ancora un persona , un essere umano e non un numero da registrare in qualche censimento delle ONG mondiali. Insomma, avevo una vita, ero come voi, mangiavo, bevevo, leggevo, lavoravo, facevo l’amore, pregavo e pensavo. Cosa sono ora?? Pensi a tutto ciò ma ti sfugge ancora il motivo di tutto ciò!? Ora ti addormenti dentro una tenda che non ti ripara dal freddo incessante. Della tua numerosa famiglia, siete rimasti in tre di otto persone che affollavano la casa prima che quella maledetta esplosione facesse precipitare tutto nel buio. Non hai coperte sufficienti per coprirti dal freddo, il cibo scarseggia e sei costretto a chiedere l’elemosina al villaggio più vicino e dormire per terra. Consoli tuo figlio piccolo che piange ed intanto cerchi di non fare entrare il fango melmoso dentro la tua nuova casa. Quella che seguirà sarà una testimonianza per dire NO ad ogni guerra… ma ben sappiamo che coi NO non cambiamo niente, non cambiamo niente nemmeno coi nostri atteggiamenti perbenisti e moralisti, nemmeno col nostro finto coraggio o generosità. Ciò che forse ci è concesso è alleviare la sofferenza di chi sta peggio di noi. Raccontare le loro storie e far sapere che ci sono persone ancora VIVE che chiedono rispetto, valore, dignità e maggiori diritti umani. Ma ben sappiamo che con la dignità e tutto il resto non si mangia, e allora?? E allora ringraziamo che viviamo nella parte “fortunata” del mondo, perché se la storia raccontata fino ad ora accadesse a Fano, Urbino o Pesaro, a quest’ora non ci faremmo tanti problemi su cosa combinare al sabato sera, ma ci preoccuperemmo solamente di sopravvivere.

Sono tornato dal campo profughi di Atma (Syria) da circa un mese, ma non c’è giorno che non ripensi a tutte le persone incontrate durante il viaggio e alle condizioni disumane in cui vivono circa 26.000 persone…. anziani, donne, uomini e bambini in fuga da un guerra atroce scoppiata quasi tre anni fa e tuttora in corso. Mi sono unito ad un gruppo di volontari italiani che (quando i tempi della frontiera lo permettono) portano medicinali, vestiti e beni di prima necessità all’interno del campo profughi. Il secondo giorno dal nostro arrivo fortunatamente le circostanze erano buone… siamo entrati clandestinamente in Syria passando per un “sentiero alternativo” che collega il confine turco al campo di Atma. È necessario oltrepassare l’ultimo check-point a bordo di un autoveicolo perché l’esercito turco di guardia lungo il confine ha l’ordine di sparare a chiunque entro o esca dalla Siria a piedi. È consigliabile anche seguire il sentiero tracciato se non vuoi imbatterti in qualche mina antiuomo disseminata lungo il confine turco- siriano. Innumerevoli tende si arrampicano sul fianco di una collina, l’aria secca e polverosa ti investe mentre frotte di bambini ti guardano curiosi al di là del filo spinato che corre per tre km lungo il lato nord del campo. Scortati da guardie armate, le quali erano per lo più ragazzini di circa 15 anni o miei coetanei, abbiamo visitato una piccola scuola in costruzione, un’infermeria da campo ed un piccolo locale adibito a cucina collettiva. Le provviste erano sufficienti per altri due giorni soltanto dopodiché tutte le persone risiedenti nel campo sarebbero rimaste senza cibo fino a che una ONG locale o estera si sarebbe impegnata a portare altre provviste. I bambini ci offrivano costantemente acqua fresca, brocche di thè caldo o pannocchie… gli anziani invece, seduti all’ombra di un albero, ci invitavano dentro le loro tende per farci riparare dal caldo asfissiante. Le condizioni del campo, mano a mano che l’inverno si avvicina, peggioreranno sempre più. Le tende non sono adatte a riparare dal vento freddo che soffierà a breve su tutto il territorio ed il 90% delle famiglie, non avendo letti o coperte, sono costretti a dormire per terra riparandosi con teloni o lamiere raccolta chissà dove. Queste persone racchiudono dei sentimenti, dei legami e delle storie che resistono ogni giorno alle avversità con una dignità indescrivibile. Secondo le associazioni presenti si parla di due milioni e mezzo di rifugiati siriani in cerca di protezione, assistenza e cure mediche, il 78% sono donne e bambini che si riversano nei campi dei paesi limitrofi come Iraq, Giordania, Turchia e Libano. Ora con queste poche righe vorrei chiedere alla cittadinanza, a chiunque si senta di aiutare questo popolo, di guardare in soffitta, in vecchi armadi della casa, chiedere ad amici e conoscenti una mano per raccogliere aiuti umanitari. Non parlo di donazioni o altro, chiedo semplicemente di collaborare e trovare ad esempio vestiti invernali per adulti e bambini, cibo in scatola, medicinali (anche cerotti o garze), pannolini, coperte e giochi per bambini. Anche organizzare mostre o dibattiti può risultare un ottimo aiuto. Per qualsiasi informazione o dubbio potete contattarmi: canapini.matthias@gmail.com fb: Matthias Canapini. Grazie a tutti per l’aiuto